Troppi pensieri, troppi dubbi. Il respiro afffannoso mi bloccava la ragione, non sapevo se stavo facendo una scelta giusta. Il giorno prima ne ero convinta, era tutto finito, non funzionava più, la passione si era spenta come una sigaretta ormai giunta al livello del filtro e calpestata nell’asfalto. Molti avevano confermato la mia idea, i miei amici. Sapevo che erano vicini, che mi sostenevano, ora più chee mai. Ma io mi sentivo sola. Ormai anche lui sapeva cosa lo aspettava, speranzoso che fosse tutto un incubo. Ma non lo era. Sapevo che avrebbe sofferto, ma non solo lui. Il mio cuore era ormai collassato sotto un peso troppo forte, dopo 4 mesi di sogno, dopo l’amore ormai finito, dopo gli ultimi messaggi d’implorazione. Tutto era finito. Dovevo raggiungerlo, guardarlo negli occhi scuri e profondi e dirgli tutto, dirgli che era finita. Mentre questi pensieri mi bloccavano il corpo il pullman si fermò di fronte ai miei piedi. Non potevo più scappare. Seduta su quell’insieme di lamiera,metallo, sedili, odori, storie, scritte sentivo la voce scappare dalla mia gola e rifugiarsi nel mio stomaco per chiudersi al suo interno e non pronunciare quelle parole. Piazza vittoria, le porte si aprono, scendo i gradini e mi trovo immersa in quella folla, dispersa tra la gente e i negozi con i brividi sulla pelle. Esitai qualche minuto per poi dirigermi a portatorre. Era li. Mi aspettava. Mi è corso incontro mi ha preso, mi ha stretto, e all’orecchio mi ha sussurrato.. “dimmi che è un incubo, dimmi che non è vero, dimmi che mi ami, ti prego..”. la mia voce era morta. Sentivo solo il calore del suo corpo che mi premeva e supplicava. “ ti prego, non mi puoi lasciare, io ti amo”, “ ma io no”. Le mie parole dure pietrificarono i suoi movimenti, mentre l’angoscia che mi avvolgeva penetrava nelle mie viscere, per poi accumularsi calda ai lati degli occhi. I suoi, spinosi su di me, puntigliosi di lacrime penetravano nei miei mentre la distanza si allungava, per poi riaccorciarsi improvvisa. Le sue mani nei miei capelli non volevano credere alle mie parole, quelle tre maledette. “ anchio sto male come te, credimi” ma lui non ci crede, non vuole accettare dicendo “ avevamo programmato tutto, le vacanze insieme, il concerto dei queen per il tuo compleanno… “ e il mio sguardo basso fissava il vuoto. “ perché, perché… come fai a dire che non mi ami più??!!” la mia spiegazione uscì a voce bassa e arrogante, non avevo più il suo controllo… avrei voluto dirgli teneramente che non volevo prenderlo in giro, che sarebbe stato peggio, che ci tengo… ma le corde vocali erano come marmo nella gola. Di nuovo gli sguardi bassi, testa contro testa, di nuovo le sue mani tra i capelli e la voce disperata “ ma…ma è solo un periodo… ti prego… è un periiodo…” e i miei occhi chiusi dal dolore, non volevo mostrare le lacrime, sarebbe sato peggio, mentre la mia testa si squoteva in un no e un “mi conosco….” Ruppe lo specchio di cristallo che avvolgeva quel momento. Mi accorsi di essere circondata da gente che andava e veniva, da negozi, da voci, da rumori cittadini e dalla sua voce ferma e degli occhi che mi fissavano duri pieni di lacrime in un “vattene”. Il tempo si fermò. Nessuno aveva mai usato quel tono con me, nessuno mi aveva mai guardato in quel modo aggressivo, quello di una leonessa a cui è sato appena ucciso un cucciolo, quello di una tigre intrappolata tra le gabbie di un circo, a quello di un lupo affamato nella semioscurità della foresta in una notte di luna piena. Avevo paura. Sbiacicai un timido “ mi dispiace” e mi girai di scatto, quando mi prese la borsa e con la stessa ferocia mi chiese “ cos’hai detto”. Avevo gli occhi terrorizzati, non lo avevo mai visto così, mai. “ mi dispiace…” ho ripetuto. Il suo ultimo sguardo mi squadrò dal basso verso l’alto, un'unica parola sarà passata nella sua mente fissandomi, ma ha ripronunciato con la stessa durezza “vattene”.mi girai con lo sguardo perso nel vuoto e un unico pensiero…. “gli ho spezzato il cuore”.

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